Negli ultimi anni la Cina ha radicalmente modificato il suo rapporto con il patrimonio storico e culturale.
Quanto più il paese si mette al passo col mondo (与世界接轨 yǔ shìjiè jiēguǐ), tanto più forti emergono i tentativi di ridefinizione identitaria. La cultura è oggi considerata una componente essenziale dell’identità cinese e dello sviluppo innovativo della sua economia per gli anni a venire.
Purtoppo non molto della vastissima storia del paese si è fisicamente conservato, spazzato via nel corso dei secoli da incuranza, ideologia e soprattutto, negli ultimi vent’anni, da un processo di urbanizzazione rapido e radicale.
In tale contesto, non è difficile capire come villaggi e centri minori possano acquisire un rilievo particolare.
La condizione di marginalità ha giocato a favore di edifici e assetti urbani tradizionali e, ciò che altrove è andato distrutto, spesso nei centri minori si è mantenuto, anche solo per inerzia.
Il governo cinese manifesta ora grande interesse nel valorizzare questi luoghi.
Da un lato, il turismo è visto come un volano per il rilancio economico dei villaggi ed è considerato un tassello fondamentale della politica nazionale di riduzione della povertà (扶贫, fúpín), che prevede, entro il 2020, di portare tutta la popolazione cinese al di sopra della soglia di povertà.
Dall’altro, la diffusione a livello internazionale della conoscenza della cultura cinese, è percepita come strumento di soft power (软实力, ruǎn shílì) per migliorare l’immagine del paese nel mondo. Tra le affermazioni fatte da Xi Jinping al 19esimo congresso del PCC concluso lo scorso ottobre si legge proprio questo: “Miglioreremo la nostra capacità di comunicazione internazionale, per raccontare la storia della Cina, per mostrare un’immagine della Cina vera, tridimensionale, esaustiva, e rafforzare il potere culturale della nazione” (推进国际传播能力建设,讲好中国故事,展现真实,立体,全面的中国,提高国家文化软实力)

Il Regno di Mezzo è stato un grande impero agricolo, puntellato di insediamenti compatti, di dimensioni contenute, distribuiti su un territorio agricolo piuttosto limitato rispetto ai confini dell’impero, ma servito da un raffinatissimo sistema di gestione delle acque.
Bellissimi borghi di case a corte e vicoli stretti si sono conservati fino ad oggi assieme a tantissimi villaggi di gruppi etnici minori. Ognuno di questi ha una sua peculiare modalità di insediamento sul territorio a seconda della cultura e della geografia del posto: dalle case in legno su pilotis lungo i fiumi delle montagne del Guizhou popolate da Dong e Miao; alle abitazioni scavate nel terreno nel nord del paese; alle case in terra cruda del plateau del Tibet.

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Dǎng jiā (党家村) è localizzato a circa 5 km dalla grande ansa sud del fiume Giallo (黄河, Huánghé), sul confine del Shaanxi. In questo punto il fiume riceve i rapidi e brevi corsi d’acqua che attraversano la regione e ne erodono il terreno. Questo suolo, il loess, si è formato nel corso dei secoli con il sedimentarsi della polvere portata dal vento e il suo colore giallo (in cinese si chiama proprio 黄土 Huángtǔ “terreno giallo”), dà il nome al celebre fiume, culla della cultura cinese.
Il villaggio si trova tra due dirupi piuttosto scoscesi. Leggenda vuole che l’insediamento sia stato fondato nel 1331e che lentamente sia cresciuto fino alla fine del 1400, quando il figlio di un ricco mercante, dopo aver sposato una donna del posto, vi si stabilisce e con la sua fortuna commerciale porta prosperità a tutto il paese.
Assieme al benessere economico arriva anche un’educazione raffinata, nel paese viene fondata un’ottima scuola per i giovani di buona famiglia. Secondo gli annali di epoca Ming e Qing, numerose persone provenienti da questo remoto villaggio passarono negli anni gli esami imperiali, occupando importanti cariche a Pechino e nella regione.
Il paese prende la forma che possiamo osservare oggi tra la fine del ‘700 e la prima metà dell’800. La maggior parte delle case sono a corte su 3 o 4 lati, in mattoni e pietre, con ricchi elementi decorativi.
Sembra che l’imperatore Qing Xianfeng (1851-62) apprezzando l’onestà e l’abilità dei residenti della contea di Hancheng avesse garantito loro la possibilità di costruire abitazioni di eccellente fattura, e la popolazione abbia risposto elaborando un proprio specifico sistema decorativo delle facciate.
La buona sorte del luogo e la prosperità delle sue famiglie vengono attribuite da molti abitanti al favorevole fēng shuǐ (风水). La regione è molto ventosa (e il vento, secondo un detto cinese, “spazza via la ricchezza”), ma la posizione del villaggio nella gola del terreno riduce notevolmente l’impatto del vento e il piccolo fiume che scorre al suo fianco purifica l’aria. All’inizio degli anni 1990 il villaggio ospitava ancora circa 1300 abitanti, mentre oggi sono i turisti si aggirano per le sue strette vie.

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Villaggi Jiangnan, Jiangsu (tra Suzhou e Shanghai)
La parte centrale del delta del fiume Yangtze è stata caratterizzata nel passato da un paesaggio molto specifico, che alternava aree umide, laghi, canali, campi di riso, stagni, città d’acqua e villaggi in linea. Le antiche mappe della zona rappresentano la regione come un arcipelago di isole e alcuni documenti storici descrivono che già a partire dal 500 a.C. la pianura sia stata modificata dall’intervento dell’uomo attraverso la costruzione di polder (che in cinesi sono chiamati “terre racchiuse” o terre “arginate”).
All’interno di questo sistema produttivo, un tipico villaggio corrisponde all’interfaccia di due polders, con gli insediamenti affacciati al canale centrale che serviva come infrastruttura di trasporto. Questo sistema di insediamento lineare ha una distribuzione estremamente regolare (di solito un villaggio ogni km) e caratterizza l’intero territorio rurale dell’area.
Sfortunatamente una serie di trasformazioni recenti hanno disconnesso i villaggi dal loro ambiente produttivo.
Il piano di protezione dalle inondazioni degli anni 90 ha imposto delle chiuse tra i canali dei villaggi e i laghi, restringendo notevolmente le possibilità di trasporto su acqua. Il cambio nelle politiche rurali che ha dato maggior autonomia ai contadini negli anni ’80, ha portato ad una trasformazione dalla coltivazione del riso all’allevamento di gamberetti (economicamente più vantaggiosi) e alla conseguente trasformazione dei campi di riso in bacini d’acqua, con la drastica riduzione di forza lavoro umana per la coltivazione e il conseguente esodo dei giovani.
Il Piano strategico di Suzhou (2014) prevede l’istituzione di un’area rurale protetta “Jiangnan Ecological Wetland and Water village cultural zone” per tutelare l’equilibrio ecologico della regione e richiamare un tipo di turismo alternativo a quello delle ormai notissime water towns.

Huiyang, Guangdong
Tra il IV e il IX secolo, 5 grandi ondate migratorie hanno portato dalla pianura centrale del fiume Giallo prima verso il fiume Gan nel sud del Jiangxi e poi verso un triangolo di terra circondato da montagne tra il sud ovest del Fujian, il nord est del Guangdong e il sud del Jangxi. Queste popolazioni si chiamano Hakka, e nonostante i secoli di residenza in queste zone, sono ancora chiamati 客家 (kè jiā) “famiglie ospiti”.
Gli Hakka sono una sub etnia degli Han cinesi che ha mantenuto un certo grado di distinzione identitaria. Creano edifici di impressionanti dimensioni, forza e complessità strutturale, chiamati Tulou (土楼, tǔlóu “edifici in terra”). Queste strutture-villaggio, situate tra campi di riso, tè e tabacco, possono essere circolari, quadrate, o anche ottogonali e possono ospitare fino a 800 persone. Simili a fortezze, sono state costruite per scopi di difesa delle popolazioni contadine e si sviluppano attorno ad un cortile centrale con le finestre aperte verso l’esterno solo dal primo piano in poi. Le alte pareti fortificate erano in origine fatte di fango e ricoperte da tetti di tegole con ampi cornicioni sporgenti. Le strutture più elaborate risalgono ai secoli XVII e XVIII.
Nel nord del Guangdong dove gli Hakka dominavano quindi avevano meno bisogno di strutture difensive, vengono costruiti degli edifici chiamati wéi lóng wū (围龙屋), grandissime case a corte a forma di ferro di cavallo, completate sul davanti da un bacino d’acqua a forma di mezzaluna e con il retro dell’edificio rialzato su una leggero pendio.

Il lavoro di ricerca sui villaggi cinesi rientra all’interno di una riflessione, internazionalmente avviata qualche anno fa dall’Unesco, sul ruolo della cultura per lo sviluppo sostenibile.
Il discorso ambientale, i grandi processi di urbanizzazione, la centralità del tema dell’heritage, il problema del rapporto complesso tra identità locale e realtà globale… portano oggi a riconsiderare borghi e piccole città come potenziali laboratori di sperimentazione per nuovi modelli di sviluppo.
La riflessione urbanistica ha da sempre rivolto la propria attenzione alla grande città e all’area metropolitana. Il resto è stato pensato il più delle volte per opposizione o subordinazione gerarchica, la campagna, l’area di gravitazione, la regione… Il piccolo centro è stato a lungo visto come marginale: è ciò che non è ancora città o che lo è già stato prima “di essere scartato dagli avvenimenti”.
Oggi le incertezze progettuali per il futuro, le instabilità politiche ed economiche, la diffusa percezione della fase di transizione in atto, la crisi degli strumenti tradizionali di pianificazione invitano a ribaltare questo rapporto.
Il modello urbano post-moderno, puntellato di grandi centri e sconfinate periferie è messo in discussione e i piccoli borghi si presentano come alternative interessanti sui quali sperimentare organizzazioni spaziali diverse.
Da una parte l’assenza di grandi forze di mercato o di stringenti attenzioni politiche, d’altra parte il venir meno della marginalità geografica grazie alla rivoluzione tecnologica e al miglioramento dei mezzi di comunicazione, oltre alla generale qualità ambientale offerta, aprono questi luoghi a nuove opportunità per immaginare forme alternative di sviluppo.
Aggiunge ulteriore interesse il riconoscimento del ruolo culturale che questi centri minori svolgono per la collettività: rispetto ai grandi sistemi urbani che nel mondo stanno diventando sempre più simili tra di loro, i piccoli insediamenti, al contrario, costituiscono un fondamentale presidio di diversità economica, sociale e culturale in senso lato.

Anna-Paola Pola

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